
Per tantissimi anni la Puglia è stata considerata “la grande cantina d’Italia”.
Una terra sterminata di vigneti assolati, capace di produrre enormi quantità di vino robusto, alcolico e intenso, spesso destinato ai cosiddetti “tagli”: vini inviati verso il Nord Italia per rinforzare prodotti più leggeri, aumentandone il colore, la struttura e il grado alcolico. Era una viticoltura che puntava prevalentemente alla quantità e, in tempi non sospetti, nessuno avrebbe immaginato che proprio lì potesse nascere una delle esperienze più sorprendenti e innovative del Metodo Classico italiano.
Eppure tutto cambia alla fine degli anni Settanta, quando a San Severo, nel nord della Puglia, tre amici decidono di sfidare una convinzione radicata nel mondo del vino: l’idea che le grandi bollicine possano nascere soltanto nei climi freddi. Nel 1979 Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore fondano d’Araprì, la prima cantina pugliese interamente dedicata al Metodo Classico. Una scelta che all’epoca appariva quasi folle. In una regione associata ai rossi potenti, loro parlavano di affinamenti sui lieviti, remuage e rifermentazione in bottiglia.
La loro intuizione nasce dall’osservazione del territorio più che dalla volontà di imitare Champagne o Franciacorta. Il Tavoliere e alcune aree dell’Alta Puglia, pur immerse in un contesto mediterraneo, presentano forti escursioni termiche e venti continui, capaci di preservare acidità e freschezza nelle uve.
Mentre Franciacorta e Trentodoc sono diventati famosi per le loro bollicine fresche, tese ed eleganti, il Metodo Classico pugliese ha preso una strada tutta sua. Qui il clima più caldo e vicino al mare regala vini dai profumi più morbidi e mediterranei, dove si percepiscono spesso agrumi maturi, erbe aromatiche, mandorla e una leggera nota sapida che ricorda il mare. Sono bollicine avvolgenti, ma capaci di mantenere anche una bella freschezza. Non vogliono copiare lo Champagne o le grandi bollicine del Nord: cercano piuttosto di raccontare il carattere autentico della Puglia.
Anche le uve fanno la differenza. Se molte delle bollicine italiane nascono da Chardonnay e Pinot Nero, in Puglia il protagonista è soprattutto il Bombino Bianco, un vitigno che per anni è stato poco valorizzato ma che si è rivelato perfetto per il Metodo Classico grazie alla sua freschezza naturale e alla buona acidità. Accanto a lui vengono utilizzati anche Bombino Nero, Nero di Troia e Montepulciano, spesso scelti per rosé dal carattere deciso, mentre alcune cantine sperimentano anche con Pinot Nero e Chardonnay per creare stili sempre nuovi.
Il Metodo Classico pugliese è ancora una piccola realtà, ma forse è proprio questo il suo bello. Non ha alle spalle la fama storica delle grandi zone italiane delle bollicine e, proprio per questo, mantiene uno spirito autentico e innovativo. Dimostra che la Puglia del vino non è fatta solo di rossi intensi e potenti, ma sa esprimere anche eleganza, freschezza e delicatezza.
Oggi queste bollicine sono in netto aumento e rappresentano una delle espressioni più interessanti dell’enologia pugliese contemporanea: un racconto fatto di territorio, coraggio e ricerca, capace di dimostrare che anche nel cuore del Sud possono nascere bollicine di grande carattere.
Foto © D’Araprì
